“Anche i bianchi sono poveri”: cacciato professore afroamericano

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Di Antonio AorosiAdolph Reed, originario del Sud segregazionista di New Orleans, attivista afroamericano di orientamento marxista negli anni ’60 e ora settantatreenne professore all’Università della Pennsylvania, qualche giorno fa viene invitato a parlare all’assemblea dei Democratici Socialisti di New York, la nuova sinistra americana, quella di Bernie Sanders e dell’astro nascente Alexandra Ocasio-Cortez. Per il professore di filosofia di Harvard Cornel West, Reed è il più grande teorico democratico della sua generazione, racconta Michael Powell, uno dei giornalisti del New York Times che vanta anche un premio Pulitzer. Così www.affaritaliani.it.

Le posizioni del professore afroamericano sono note. Reed ha in passato criticato duramente il presidente Barack Obama per la sua “politica neoliberista vacua e repressiva”. All’incontro avrebbe affrontato il tema di come negli ultimi anni, nell’analizzare le disuguaglianze sociali, sinistra e liberal abbiano sovrastimato il tema razziale a danno del concetto di classe sociale.

Per Reed le disuguaglianze non sono una questione di colore della pelle, anche i bianchi sono poveri: le diseguaglianze colpiscono i neri e anche un numero elevato di appartenenti alla working class bianca. Ma un’ossessione di segno opposto ha colonizzato la cultura. Un gioco pericoloso perché l’attuale enfasi nel pensiero su una politica basata sulla razza è un vicolo cieco.

Questi orientamenti fanno anche sì che i programmi di finanziamento nella società statunitense si orientino non sulle differenze economiche (i neri, i latini e i nativi americani sono obiettivamente più poveri) ma sul colore della pelle in sé. In questo modo la working class bianca viene esclusa dai programmi e isolata e diventando sempre più povera finisce per riconoscersi nelle politiche di riscatto di Donald Trump. In sostanza sinistra e liberal usano la politica dell’identità e della razza per contrastare le richieste di politiche ridistributive vere. Un paradosso. Con un discorso identitario del genere non si combattono le disuguaglianze, le si alimenta.

Ma saputo dell’arrivo di Reed la rabbia è cresciuta tra i partecipanti. In rete vari studenti hanno cominciato a protestare definendo “reazionario” il professore. Per la componente Afrosocialista dell’organizzazione Reed è da considerare un “reazionario, riduzionista di classe e, nel migliore dei casi, sordomuto”. Non si può invitare a parlare un uomo che minimizza il razzismo, soprattutto in quest’epoca di proteste. Non sarebbe stato accettabile ascoltarlo mentre negli Usa si discute da mesi sul ruolo della razza e del razzismo nella polizia, nella sanità, nei media e nelle corporazioni. Il termometro nel Paese è salito alle stelle e le proteste hanno scosso gli Stati Uniti con le rivolte per la brutale uccisione dell’afroamericano George Floyd che si sono sovrapposte a settimane di frustrazioni a causa della segregazione in casa per il Covid.

Così dopo giorni di contestazioni, gli organizzatori hanno deciso di annullare l’incontro con il professor Reed. La vicenda è la metafora più esplicita della mutazione della sinistra. Per avere un senso dopo la fine dei Paesi del socialismo reale ha puntato tutto sulle identità. Finita anche l’elaborazione di un pensiero comunista e di sinistra nella filosofia le componenti di sinistra si sono arricchite e imborghesite, abbandonando le classi lavoratrici, diventando al tempo stesso iperglobaliste, e quindi contribuendo all’impoverimento dei lavoratori locali e delle diversità dei territori, e identitarie, cioè imperniando le proprie politiche sulle minoranze, le femministe, i gruppi gay, le minoranze etniche, eccetera. Con l’effetto di avere sempre meno senso per masse estese di popolazione che vivono la realtà concreta di società più ingiuste in cui le disuguaglianze crescono in modo esplosivo.

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