Lettera aperta alla Calabria

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Di Ilario Maiolo – La Calabria è sempre stata titolata, morfologicamente, come una delle più belle regioni italiane. Un connubio di mare e montagna. Da un lato il Mar Ionio, considerato “lo specchio sul Mediterraneo” per la sua nitidezza e geografia, dall’altra il Mar Tirreno, un litorale che invidia bellezze come Tropea e Gioia Tauro. Come non poter citare il cibo e l’accoglienza, guai a parlarne male con un calabrese, sono le migliori.

Eppure, già dal dopoguerra, le valigie di cartone che venivano preparate e, quindi, le persone che partivano, erano molte. Chi scappa per la paura, chi per darsi un futuro migliore e chi per darlo ai propri figli. Poi in vacanza, in estate, il grande ritorno, belle e brutte macchine, operai e imprenditori, con l’unico riecheggiare nell’aria: “La Calabria è una regione abbandonata […] Qui non funziona nulla […] Se al Nord hanno le aziende sviluppate è grazie a noi che siamo andati lì a lavorare e a renderle migliori”.

Ma se la colpa della rovina della nostra regione fossimo proprio noi e i nostri genitori che da quella tanto amata terra sono scappati? Lasciare la propria casa, la propria terra e le origini non è mai semplice, ma nemmeno mettersi in gioco, rischiare e cercare di dare un futuro alla propria terra lo è, eppure abbiamo scelto la strada più facile, scappare. Ma scappare da chi? Da un anti-stato che ha il potere assoluto sulle nostre attività o da uno Stato che non ci protegge?

La faccia della Calabria è rappresentabile alzando la testa e vedendo l’ennesima casa, iconica per la nostra regione, imponente, in mattoni rossi e mai finita. La più perfetta rappresentazione della regione, grande potenziale come imponenza, che cerca di crescere, ma a metà i lavori e la crescita si fermano perché iniziano a mancare oltre che i soldi anche le speranze.

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